domenica 5 giugno 2011

L'uomo d'acciaio - 1

Mosca. 1 marzo 1953. È il tardo pomeriggio quando Stalin, colpito da un colpo apoplettico, è agonizzante su un divano della sua residenza. In breve è attorniato dai fedelissimi: Berija, Malenkov, Krusciov sono i sopravvissuti delle ricorrenti epurazioni della sua stessa corte che ne contemplano l’agonia, alternando la speranza che siano gli ultimi giorni del tiranno e che possa riprendersi.

S=Stalin
K=Kirov

S - Fermate questa musica! Fermatela! È  un ordine!
K - Ciao Josif ti ricordi di me? Sono Kirov!
S - Kirov?  Non è possibile tu sei morto e sepolto
K - Non per te compagno Stalin, non per te…

Nella prime metà degli anni trenta Sergej Mironovic Kirov, membro del presidium supremo del comitato centrale, incarna l’idea che l’unione sovietica non abbia bisogno di dittatori, ma di una direzione collegiale. In questo senso Kirov è l’ultimo ostacolo di Stalin davanti al potere assoluto, per questo deve morire. Il delitto viene attribuito a un complotto controrivoluzionario ma ad ucciderlo il primo dicembre 1934 è un sicario della NKVD, il commissariato del popolo per gli affari interni, su mandato diretto di Stalin.

K - Allora compagno Stalin è tempo di bilanci! Che  cosa dice l’ufficio centrale di statistica? Ah no! Quello è  meglio che non lo consulti, saresti capace di fucilarli tutti un ‘altra volta se ti danno cifre che non ti piacciono!
S - Ahahah, Cifre? Quello che ho preso nelle mie mani alla morte di Lenin era un paese agricolo, arretrato e analfabeta. Sono stato io! Io a trasformarlo in un paese moderno, industrializzato una super potenza che si è posta come un faro alla guida ideale dell’umanità!
K - C’è qualcosa di vero in quello che dici Josif, oggi l’unione sovietica è il faro dell’umanità. Ma quale prezzo ha avuto il cambiamento che tu hai impresso a questo Paese? Te lo sei mai domandato? Realizzare il tuo obiettivo è costato milioni e milioni di vite umane e una quantità di sofferenze incalcolabili, non era per questo che Lenin ha guidato la nostra Rivoluzione!
S - Lenin? Non è stato forse Lenin a dire: “ Una rivoluzione senza plotone di esecuzione non ha alcun senso!”
K - Eppure quando eri un giovane agitatore, quando ancora ti facevi chiamare Koba, hai conosciuto la durezza dei campi di concentramento in Siberia?
S - Sì! Una volta ci sono rimasto per quattro anni.
K - E come puoi non aver imparato niente da quella esperienza!
S - Eccome se ho imparato! I campi degli zar erano piuttosto blandi, e la sorveglianza mediocre. Per questo ho potuto fuggire un paio di volte. Quello di cui avevamo bisogno, per realizzare il più grande esperimento sociale della storia umana erano luoghi da cui nessuno avrebbe  potuto fare ritorno! A meno che non lo decidessimo noi stessi!

Il 1924, poco prima di morire, Lenin lascia un testamento politico nel tentativo vano, di influenzare la scelta del suo successore. Lenin scrive a chiare lettere che ormai diffida di Stalin, nonostante sia stata proprio lui l’artefice della sua ascesa. Pensa che quel rozzo georgiano anteponga la sua ambizione personale agli interessi del bolscevismo, e che vada ridimensionato.

K - E invece fosti tu a ridimensionare gli altri! Di più, a farci fucilare uno dopo l’altro, con calma. Nel Politburo di Lenin l’unico sopravvissuto sei tu! Era composto da sette persone: c’erano Trotsky, Zinov’ev, Bucharin, Kamenev e c’ero io…
S - Era stato proprio il compagno Lenin a chiamarmi nel  comitato centrale.  Questo perché aveva apprezzato le mie capacità organizzative, ma non solo … Condivideva la mia teorizzazione del partito: un organismo quadrato, compatto, guidato con mano ferrea e oltre ogni divisione settaria. Non a caso il mio primo saggio si intitola: “A proposito dei dissensi nel partito”.
K - Certo, come cospiratore eri imbattibile! Molto meno come intellettuale, ti è sempre mancata la finezza. Lenin però aveva capito che in te c’era qualcosa che non andava proprio vedendoti agire.
S - Di che cosa parli?
K - Dei tuoi metodi brutali durante la guerra civile!
S - Conosci una guerra civile che non lo sia? Eravamo accerchiati, non potevo operare in modo diverso.
K - E non l’hai fatto! Hai usato la mano pesante compagno josip. Soprattutto contro i nemici interni: in Ucraina, anche nella tua Georgia. Almeno là, avresti potuto avere maggiore umanità.
S - E perché avrei dovuto?
K - Perché era la tua patria!
S - Patria? Ahah, questa visione ingenua del nazionalismo è indegna di un vero marxista.
K - Hai ragione! Nel tuo caso poi se proprio vogliamo parlare di nazionalismo faremmo bene a definirti: uno sciovinista grande russo. Forse, perché volevi far dimenticare la tua patria d’origine, perché te ne vergognavi! Ai dirigenti georgiani dicesti di far  scorrere il sangue dei piccoli borghesi, di impalarli, di squartarli,  era della tua gente che stavi parlando, Josip!
S - Se l’obiettivo era il controllo assoluto di quella gente, e credimi io li conosco bene i georgiani, allora non c’erano altri metodi. Solo la brutalità li avrebbe piegati!
K - La tua non fu brutalità, fu la cosa più simile che conosco alla vendetta. Anche se non è chiaro di cosa ti stessi vendicando.  E poi, tutta questa centralizzazione di potere in te, Lenin era stato molto chiaro nel suo testamento, aveva scritto che temeva un potere troppo accentrato.
S - Già, un potere che fino alla sua morte aveva tenuto interamente nelle sue mani, però!
K - Non confondere le acque, Josip! Era un momento particolare, irripetibile. In quei primi anni, dopo l’Ottobre la dittatura  era necessaria. La rivoluzione, la guerra poi l’emergenza economica e la necessità di costruire uno stato socialista circondato da nemici mortali!
S - Bravo Kirov! Cominci a capire qualcosa. Ma ogni momento è particolare per chi  vuole giustificare il proprio potere assoluto. Il punto è fare si che l’emergenza diventi la normalità.
K - Ma avremmo potuto uscire da questa logica se…
S - Se?
K - Se anziché consegnare lentamente tutto il potere nelle tue mani, avessimo ascoltato le sagge indicazioni di Lenin, e avessimo immesso nel comitato centrale esponenti della classe operaia.
S - Certo! E quanti membri della classe operaia c’erano nella tua Leningrado, Kirov? O stavi ancora aspettando il momento utile per farli entrare al tuo fianco?

Dopo la morte di Lenin, la partita è aperta. L’ipoteca del giudizio che Lenin ha dato su Stalin e sul suo operato è molto pesante, il destino sembra segnato. Stalin però è molto scaltro, fa sparire il testamento e arriva addirittura ad ottenere da Trotsky, suo rivale, una dichiarazione giurata di non averlo mai letto, benché non sia vero. Anche in questo caso invoca ragioni di opportunità che dovrebbero proteggere il movimento rivoluzionario, ma che in realtà favoriscono solo la sua ascesa.

K - C’erano compagni molto più degni te alla successione di Lenin; Zinov’ev era una figura di secondo piano, ma lo stesso non può dirsi per…
S - Per te, Kirov?
K - Io non avevo queste mire lo sai. Piuttosto le aveva Trotsky, lui era il tuo vero rivale e aveva anche molti più titoli di quanti ne avessi tu! Mentre Trotsky ci difendeva dall’assalto degli imperi centrali, pronti ad approfittare del caos, seguito alla rivoluzione, per affondarci i denti nella gola. Tu, che cosa facevi Josif? Tu ispezionavi i fronti!
S - Occorreva una direzione politica della guerra.
K - Certo, mentre Trotsky la guerra la vinceva sul campo, quello che riesce difficile a credere è che dopo la fine del pericolo vi siete ritrovati su fronti contrapposti: lui nei panni dell’idealista, convinto che l’unico modo di proteggere la rivoluzione fosse estenderla ad ogni paese, e tu che invece volevi limitarti, molto più concretamente, a farla vincere in patria!
S - Kirov, Kirov quanta confusione hai in testa? Non ti facevo così ingenuo. La rivoluzione non è mai stata in pericolo, mai!
K - Ma cosa stai dicendo Josif?
S - La verità Kirov! Sì,ti posso concedere che fino a quando abbiamo firmato la pace separata a Brest-Litovsk, un pericolo c’era, ma dopo eravamo al sicuro. I tedeschi almeno per un po’ non ci avrebbero dato fastidio, e loro erano gli unici a costituire una minaccia credibile!
K - Dunque?
S - Dunque, dovevamo inventarci un nemico!
K - Non ne avevamo abbastanza?
S - Ahaha, dovevamo dare un senso alla nostra permanenza al potere! L’abbiamo chiamato imperialismo capitalista, conformemente alla nostra impostazione marxista. Ecco, qual era la minaccia sospesa sopra di noi! Il nemico di cui avevamo bisogno: l’imperialismo. Parlo del nemico esterno è chiaro. Di qui le diverse ricette: quella di Trotsky e la mia. Ma in fondo, l’obiettivo di entrambi era lo stesso.
K - Spiegati meglio!
S - Sia io che Trotsky volevamo difendere ciò che avevamo creato: secondo lui  il modo migliore di difendere la rivoluzione era circondarci di paesi socialisti. In linea di principio, se tutto il mondo fosse stato un immenso soviet saremmo stati al sicuro da attacchi dall’esterno. Ovviamente era solo un’ipotesi teorica, perché Trotsky era il primo a sapere che in certi paesi non c’erano le condizioni adatte!
K - Tu, invece volevi la rivoluzione in un solo Paese!
S - Sì! Questa è la versione schematica del contrasto che ci ha diviso, ma in fondo Trotsky aveva optato per l’internazionalismo dunque io dovevo giocare la carte della rivoluzione in solo paese.
K - Parli come se fossero due opzioni intercambiabili!
S - Guarda! Dove si trovano ora i confini della rivoluzione? Tutta l’Europa orientale è sovietica, lo è la Mongolia, lo è la Cina, e presto lo saranno la Corea e il Vietnam e quando cadrà anche il Giappone, e ci sono segni che la caduta avverrà presto, potremmo dire che le migliori garanzie della nostra sopravvivenza saranno proprio le nostre nazioni  limitrofe alle Repubbliche, dall’Europa Centrale all’estrema Asia.

Continua....

Nessun commento:

Posta un commento